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Perché lavoriamo così tanto?

PERCHE´ LAVORIAMO COSì TANTO?

Pubblicato il 14/03/2016

Perché lavoriamo così tanto? Ve lo siete mai chiesti? Forse perché ci dà soddisfazione, forse perché non abbiamo scelta, o forse, come racconta Ryan Avent, un giornalista dell’inserto 1843 Magazine dell’Economist, per una complessa combinazione di entrambe le ipotesi.

Al giorno d’oggi sappiamo che lavorare è fondamentale e che, con le nuove tecnologie che ci consentono di essere sempre connessi e raggiungibili, non smettiamo mai di farlo. Avent infatti, come ogni libero professionista (e non) che trascorre la maggior parte delle sue giornate lavorando, si interroga in questo articolo intitolato:”Why do we work so hard?“, (“Perché lavoriamo così tanto?“), se effettivamente si dovrebbe lavorare così duramente. Uno dei fatti innegabili della vita lavorativa moderna è che soltanto una piccola e fortunata categoria di persone lavora molte ore e guadagna molto denaro per i suoi sforzi. La maggior parte dei lavoratori si ritrova spesso a svolgere la propria attività molte più ore del dovuto, guadagnando meno di quanto dovrebbe. Perché lo facciamo, soprattutto quando il pensiero del lavoro da fare ci segue anche a casa? Si, perché ci segue tramite lo smartphone, tramite il computer, trascinando i nostri pensieri verso l’ufficio nel bel mezzo di una cena, o mentre siamo al cinema con la nostra famiglia, colonizzando le nostre relazioni personali e diventando il nostro unico chiodo fisso.

Secondo Avent, dagli anni settanta in poi, si è innescato un meccanismo economico-sociale, decade dopo decade, per cui se in passato un professionista di sesso maschile lavorava 50 ore alla settimana mentre la moglie rimaneva a casa con i figli, ora, nei primi decenni del 2000, non è più un metodo sostenibile, soprattutto a livello economico. Il ritmo della vita è cambiato, la crisi economica dissangua le casse di ogni Stato (e le tasche dei contribuenti) e quindi, il professionista moderno, è portato a lavorare più ore nel tentativo di guadagnare di più e pagare diverse persone per la cura della propria casa e dei suoi figli.

Quindi è solo per il denaro che lavoriamo fino a 60 ore a settimana? Probabilmente è anche una questione di rimanere competitivi nel mercato del lavoro: Avent riporta che il numero di imprese di portata globale e di tecnologia start-up che domina il mercato è limitato. Garantirsi un posto vicino alla parte superiore del redditometro in una delle grandi società è una costante lotta e competizione. Nelle città più importanti a livello economico-finanziario, sia negli Stati Uniti come scrive Avent ma anche qui in Italia (pensiamo soprattutto a Milano e Roma), i lavoratori più competitivi hanno una permanente necessità di guadagnare un salario maggiore, lavorando quindi più ore possibili e sacrificando il loro tempo libero. Perché lo fanno? Perché vogliono una macchina lussuosa, perché vogliono mandare i propri figli in una scuola privata esclusiva o avere la domestica o il personal shopper. Il denaro e le ore si accumulano come i propositi per una vita migliore, più rilassata e piena di tempo libero. Nei momenti di stanchezza noi tutti ci immaginiamo una vita più semplice in piccole città, con più ore libere per la nostra famiglia e per gli hobby. Forse se la pensassimo tutti così potremmo frenare la competitività e vivere tutti al meglio. Avent ha ragione: dovremmo supporre allora che tutti i professionisti sono infelici? La risposta è no.

La tecnologia ha eliminato gran parte della fatica del posto di lavoro, spesso percepito come attività gratificante. Il piacere nel lavoro ora risiede in parte nel flusso, in quel processo di perdersi in un puzzle con una soluzione da cui altre persone dipendono. Il senso di immersione propositivo e lo sforzo è ancora più attraente data la natura hands-on del lavoro: i migliori professionisti sono i maestri artigiani dell’epoca, della modellatura di alta qualità, dei prodotti su misura. Alla fine della giornata, siamo in grado di sederci ed ammirare il nostro lavoro – l’articolo completato, l’affare chiuso, l’applicazione di funzionamento – nel modo in cui gli artigiani facevano una volta ma con la metà dello sforzo.
Gli smartphone quindi non solo consentono di lavorare e di seguirci ovunque, ma ci rendono anche la vita più semplice. Le attività che altrimenti richiederebbero di rimanere fino a tardi in ufficio, ora si possono completare a casa. La tecnologia ha anche ridotto il costo del personale di supporto: non c’è bisogno di assumere un assistente personale a tempo pieno per eseguire le commissioni, ci sono applicazioni adibite alla cura dello shopping, della lavanderia e della cena, per chiamare qualcuno che porti a spasso il proprio cane, che ripari l’auto o il buco nel tetto. Con l’avvento della Sharing Economy, l’economia della condivisione, si possono condividere spazi, luoghi di lavoro, mezzi pubblici e dimezzare i costi, tutto grazie a delle applicazioni installate sui nostri dispositivi. Tutti questi comfort ci permettono una concentrazione maggiore di energie e tempo per il nostro lavoro.

Lavorare in modo efficace aumenta la nostra autostima e modella la nostra identità nella società e la stima che gli altri hanno di noi. Ci facciamo il tifo a vicenda, condividiamo in (e silenziosamente rimpiangiamo) i successi dei nostri amici, perdiamo il contatto con le persone al di fuori della nostra rete lavorativa. Trascorriamo il nostro tempo libero con gli altri professionisti che sacrificano come noi la propria vita privata per il loro lavoro, facendo nostra l’idea che il duro lavoro è parte della nostra vita e che i sacrifici che questo comporta rendono una persona rispettabile. Questo è ciò che una classe sociale con un forte senso di identità fa: trasforma gli sforzi e i vizi distintivi di essa stessa come delle virtù da perseguire.

Ecco perché lavoriamo così duramente, ce ne lamentiamo, vorremmo più tempo per noi stessi, per le nostre famiglie, ma continuiamo comunque a farlo: per la competitività, per il denaro e il benessere, per lo status sociale e per una propria identità nella società in cui viviamo.

Non è forse vero quindi, come dice Darwin, che <<il lavoro nobilita l’uomo>>?

Ispirato e tradotto in parte dall’articolo:  Why do we work so hard?

Di: Ilaria Ferramondo

Social Media Manager – CoworkTalenti